
Dai templi della cultura
L’11 aprile del 1996 il professor Giorgio Salvini, illustre fisico, già presidente dell’accademia dei Lincei e allora ministro dell’università, firmò il decreto che aggiungeva l’indirizzo in giornalismo al corso di laurea in scienze della comunicazione. Alla luce di quanto vedremo fra poco, la profonda stima per uno scienziato di tale livello spinge a immaginare che egli non abbia avuto modo di soffermarsi a meditare sul contenuto di quelle pagine, che col suo sigillo inseriva negli ordinamenti universitari della nazione. Eppure si trattò d’un atto capace di recare grandi conseguenze, tanto più che, secondo gli auspici delle alte sfere dell’ordine dei giornalisti, il corrispondente titolo di dottore potrebbe un giorno essere addirittura dichiarato necessario per sostenere l’esame d’abilitazione a giornalista professionista.
Già su quest’intenzione ci sarebbe qualcosa da obiettare: non si vede infatti perché, per esercitare quel mestiere, ci debba volere una laurea specifica. Un’idea simile sembra più che altro frutto d’uno spirito burocratico quanto mai invadente; ma quello che qui preme segnalare è il tipo di formazione imposta al futuro studente in giornalismo.
Per laurearsi in scienze della comunicazione seguendo l’indirizzo giornalistico, è stabilito che occorra dare in tutto ventiquattro esami: dieci nel primo biennio e quattordici nel triennio successivo. Nel biennio si spazia dalla sociologia all’economia, dalla linguistica al diritto, dalla psicologia alla storia; c’è anche l’"area scientifico-tecnologica", che però comprende solo due esami a carattere informatico. Al terz’anno lo studente seguirà corsi fondamentali che amplieranno i suoi orizzonti fino alla semiologia del cinema e alla scienza della politica. Cominceranno anche ad aggiungersi insegnamenti detti costitutivi dell’indirizzo scelto: storia del giornalismo, diritto dell’informazione e della comunicazione, teoria e tecniche del linguaggio giornalistico, radiotelevisivo e dei nuovi media, economia della comunicazione, gestione delle imprese di comunicazione, teoria e politica dello sviluppo, relazioni internazionali, etica e deontologia della comunicazione, ecc.
Resteranno quattro corsi da scegliere in un elenco potenzialmente lunghissimo. In realtà nessun ateneo li attiverà tutti; sarà comunque offerto un ricco campionario, da cui potrebbero spuntare un giorno la sociologia dei processi di socializzazione (sembra uno scherzo linguistico, ma si trova davvero sulla Gazzetta Ufficiale), le teorie della traduzione, l’estetica, la storia del cinema, le relazioni internazionali, la comunicazione politica, la storia del movimento sindacale e quella delle dottrine politiche, il diritto parlamentare. E le scienze non servono al futuro dottore in giornalismo? L’elenco, a dire il vero, prevede anche un corso di logica matematica: troppo poco. Provate a cercarvi chimica, fisica, biologia: neppure l’ombra! Un momento: c’è un corso a sfondo ecologico, ma si chiama "politica dell’ambiente". Siamo alle solite: come se, per fare una buona politica dell’ambiente o per informare sull’ambiente l’uomo della strada, non occorresse una salda formazione scientifica.
Dal canto suo l’ordine dei giornalisti nel numero di maggio-giugno 1995 di OG informazione, organo del consiglio nazionale, numero dedicato per quasi un quarto alle necessità della formazione giornalistica universitaria, s’era ricordato del giornalismo scientifico solo all’interno d’una tabella che elencava una serie di corsi proposti per il perfezionamento post lauream. In altra pagina dello stesso fascicolo, si leggeva poi un articolo sulla formazione ambientale dei giornalisti e sui relativi seminari d’approfondimento per le scuole di giornalismo riconosciute dall’ordine. Ebbene: tali seminari erano stati tenuti, oltre che da dieci giornalisti, da due magistrati, da un assessore comunale alla mobilità e finalmente da due persone dotate ? almeno sulla carta ? di competenza scientifica tale da far affidare loro compiti d’approfondimento (un professore universitario d’ecologia e una rappresentante dell’associazione Medici per l’Ambiente).
Insomma: se un giornalista presenta al pubblico il costume, la politica o gli spettacoli, coloro che nei mezzi di comunicazione hanno voce in capitolo vogliono che egli sia ben preparato; se si devono toccare problemi scientifici ? e càpita di continuo ? questo bisogno non sempre è sentito. Il guaio è che da due anni ciò è sancito anche dagli ordinamenti universitari.
Cercando sull’Internet, nel gennaio 1998 si poteva trovare un pochino di conforto in un articolo scritto da Dean Haycock per la rivista scientifica telematica H.M.S. Beagle, pubblicata dall’organizzazione britannica BioMedNet. Per vari motivi, diceva Haycock, sono in netto aumento coloro che s’iscrivono a corsi universitari di comunicazione della scienza dopo aver compiuto studi scientifici fino al diploma di Ph. D., equivalente al nostro dottorato di ricerca. Anche da noi sono numerosi i laureati in discipline scientifiche che frequentano il master in comunicazione della scienza tenuto da diversi anni a Trieste presso la Scuola Internazionale di Studi Superiori Avanzati.
È probabile, comunque, che i lettori abbiano seguito tutti questi discorsi con la sensazione che in fondo non ci sia da prendersela tanto: si sente dire di continuo che in molti campi l’università italiana è inadeguata ai bisogni della società e fornisce una preparazione lontana da quella che ci vorrebbe. Perché mai scandalizzarsi proprio perché a chi studia da giornalista non si richiedono studi scientifici?
Occorre dunque dimostrare quanto spesso sia scadente la qualità dell’informazione giornalistica quando si toccano questioni scientifiche. Ecco una serie di prove nel settore in cui chi ha redatto questa pagina web ha esperienza per motivi professionali: sono cioè brani d’argomento chimico. Nel citare, senza nessuna pretesa di completezza, una serie di esempi in cui il cittadino è stato disinformato più o meno gravemente, tralasceremo i nomi dei responsabili; garantiamo comunque che accanto all’oscuro cronista di provincia nell’elenco degl’imputati si trovano anche firme assai illustri, e che insieme col redattore tuttofare c’è chi s’occupa da tempo del settore scientifico e non dovrebbe quindi incappare in certi infortuni.
Prima di procedere, è bene segnalare tuttavia che una critica severa alla formazione accademica dei giornalisti è venuta anche da un esponente della cultura letteraria. Sull’Avvenire del 24 marzo 1998 (pag. 23) Pietro Gibellini scriveva infatti: "Non parliamo poi dei corsi di comunicazione e di giornalismo! Vi si insegna di tutto: discipline che avrebbero, tutt’al più, bisogno di qualche ora di esercitazione assurgono al rango di insegnamento fondamentale, ricoperto non di rado da tuttologi dell’ultima ora".
Gibellini, che biasimava anche l’assenza d’esami di lingua italiana, si riferiva, chiaramente, non all’indirizzo giornalistico istituito dal ministro Salvini, dal momento che nessun ateneo l’aveva ancora attivato, ma piuttosto ai precedenti diplomi universitari in giornalismo e alle varie scuole di giornalismo sorte qua e là in seguito alla collaborazione tra facoltà universitarie e ordine dei giornalisti. Ci sembra comunque che la sua critica sul peso da assegnare alle varie discipline si possa estendere a maggior ragione ad alcune di quelle elencate sopra. Un motivo in più per augurarsi che il nuovo indirizzo di laurea non venga attivato mai: almeno con gl’insegnamenti previsti nel decreto istitutivo.
Queste pagine - sia ben chiaro - non vogliono essere l'ennesimo attacco contro ciò che, nella scuola italiana, molti criticano come predominio della cultura umanistica a scapito di quella scientifica. Avrebbe senso parlare d'un tal predominio, se a scuola almeno l'istruzione umanistica venisse impartita davvero. Sono purtroppo molti i casi in cui lo studente non impara ad esprimersi in un italiano abbastanza corretto da permettere la comunicazione di concetti scientifici, magari tutt'altro che intuitivi, i quali richiederebbero che almeno il linguaggio non creasse equivoci.
La televisione insegna
Anni fa un collaboratore della serie RAI intitolata La macchina meravigliosa affermò due volte che l’ossigeno è il carburante del nostro organismo. Ora, lì per lì la metafora adottata può sembrare buona: anche il nostro organismo, come un motore, consuma un "carburante". Ma, proprio come in un motore è l’ossigeno a bruciare il carburante, al nostro interno è ancora esso che "brucia" i composti energetici derivati dagli alimenti: quelli sono il nostro carburante, o combustibile che dir si voglia, mentre l’ossigeno è, come si dice, il comburente, sia nel nostro organismo sia nel cilindro d’un motore. Può sembrare pignoleria insistere su questi termini? No davvero: il pubblico ha già di suo le idee confuse, e non è proprio il caso che una trasmissione scientifica le peggiori anziché aiutare a chiarirle.
Passiamo ai notiziari. Il 6 gennaio 1994 il TG-5 delle 20 dette la notizia del naufragio della nave butaniera italiana Red Star, inabissatasi al largo di Gibilterra. Per tranquillizzare gli spettatori (almeno quelli che non avevano parenti a bordo né interessi economici per quella nave e per il suo carico) veniva aggiunto che non c’erano pericoli per l’ecosistema: "Il butano è idrosolubile". Le stesse parole erano già state pronunciate anche nel corso del GR-1 delle 13, e il giorno dopo comparivano sul Giornale (prima pagina e pag. 8) e sul Corriere della Sera (pag. 13).
Chi aveva fornito quest’informazione sul butano? Forse la società armatrice o l’agenzia che aveva diffuso la notizia; in ogni caso, com’è possibile che nessuna di quelle redazioni abbia sentito il bisogno di farla controllare da qualche esperto? Spulciando testi e tabelle si trova che, in assenza d’aria, a temperature normali per i nostri mari si sciolgono fra 70 e 100 milligrammi di butano in un litro d’acqua distillata. Il sale presente nel mare abbassa però questo valore, ma soprattutto bisogna pensare alla legge di Henry: a temperatura costante la solubilità d’un gas è direttamente proporzionale alla sua pressione. Se sopra all’acqua non c’è butano puro, ma soltanto butano mescolato con l’aria, la sua solubilità viene abbassata in conseguenza. Fuoruscito dai serbatoi, questo gas si sarà progressivamente diluito nell’atmosfera fino a concentrazioni molto basse. Ora, quando si ha che fare con miscele gassose, la pressione totale è la somma delle cosiddette pressioni parziali, cioè delle pressioni che i vari componenti avrebbero se occupassero da soli l’intero volume. Dunque la pressione parziale del butano, dopo l’incidente, sarà diminuita abbastanza presto fino a un valore trascurabile, e altrettanto sarà successo per la solubilità.
Possiamo immaginare che l’informazione sbagliata puntasse ad allontanare la paura della classica chiazza galleggiante sull’acqua, triste conseguenza degl’incidenti alle petroliere. Infatti il petrolio è una miscela d’idrocarburi, cioè composti di carbonio e idrogeno, e il butano è pure un idrocarburo (C4H10): solo che è gassoso e perciò se ne va nell’aria, mentre nel petrolio ci sono composti liquidi, alcuni dei quali evaporano molto difficilmente.
Un’ultima considerazione: chi l’ha detto che, se fosse solubile nel mare, il butano sarebbe meno pericoloso per l’ambiente? Magari, sciolto nell’acqua, potrebbe in qualche modo nuocere alla vita acquatica.
Passiamo a RAI DUE. Il 10 settembre 1996 la trasmissione pomeridiana Ecologia domestica, parlando d’insetticidi, nominò il benzopirene, quando invece avrebbe dovuto dire "piretro". Non si trattò d’un lapsus occasionale; infatti il conduttore era incorso nello stesso infortunio di confondere coi derivati del piretro quel noto idrocarburo cancerogeno anche scrivendo per il settimanale Gioia (23 agosto 1996, pagg. 103 sgg.). Anzi, in quella sede aveva pure identificato la formaldeide con l’acido formico, mentre si tratta di composti diversi sia nella formula (HCHO e HCOOH) sia, cosa più importante, nelle proprietà.
All’edicola
Su Scienza & Vita dell’ottobre 1993 si poteva leggere un articolo d’argomento culinario. A proposito di brasato, il passaggio delle molecole "aromatiche" dalle verdure alla carne veniva attribuito all’osmòsi, definita "il fenomeno per il quale [...] i composti tendono a diffondersi ovunque con la stessa concentrazione". Purtroppo fu una buona occasione persa. Infatti si sarebbe potuto spiegare una buona volta il significato d’un termine usato metaforicamente (e in maniera alquanto impropria) fuori dell’ambito scientifico. È vero che il fenomeno tende a ridurre le differenze di concentrazione, ma è il solvente a diffondersi e non le sostanze sciolte, fermate da membrane particolari dette semipermeabili.
Un argomento che sarebbe semplice, e invece è molto maltrattato da chi per mestiere dovrebbe informare la gente, è quello dei due ossidi del carbonio. Il monossido (CO, detto in italiano anche semplicemente ossido di carbonio) è tossico: gas molto subdolo perché non ha né colore né odore, si combina stabilmente con l’emoglobina, togliendo al sangue la capacità di trasportare l’ossigeno e quindi di partecipare agli scambi respiratori. Il biossido (CO2), che in Italia è ancora molto conosciuto col vecchio nome nostrano d’anidride carbonica, tossico certamente non lo è: a dimostrarlo basta la sua presenza nel nostro organismo, che lo produce di continuo nei processi d’ossidazione dei carboidrati. Piuttosto, quando nell’aria è concentrato circa duecento volte più del normale, non ha tendenza a uscire dal sangue per liberarsi negli alveoli polmonari. In tal caso s’accumula, provocando asfissia.
Il monossido di carbonio si forma sempre in piccole quantità durante le combustioni di sostanze che contengono carbonio, anche se in condizioni normali il prodotto di gran lunga prevalente è il biossido. Quando la combustione avviene con poco ossigeno, come in certe stufe dove il tiraggio è scadente o nei motori a scoppio non ben regolati, la percentuale di monossido aumenta fino a rendersi pericolosa: oltre ai disgraziati che finiscono in cronaca perché muoiono per l’intossicazione acuta causata da una caldaia o da uno scaldabagno a gas gravemente difettosi, bisogna ricordare i disturbi cardiaci, i dolori di testa e il senso d’affaticamento psicofisico attribuibili all’intossicazione cronica dovuta a concentrazioni non letali. Per essere abbastanza al riparo dai rischi di un’esposizione prolungata e ripetuta, è bene vivere in ambienti dove non ci siano più di 55 milligrammi di monossido di carbonio per metro cubo d’aria. Dal confronto col biossido si vede subito che quest’ultimo non gli è affatto paragonabile, visto che è consigliabile vivere in un ambiente dove si respiri un’aria che non ne contenga più di 9000 milligrammi. Dunque, siccome 9000 diviso 55 fa 163,6, possiamo dire che il biossido è circa centosessanta volte meno pericoloso del monossido.
Alla luce di quanto s’è detto sulla formazione di questi due ossidi, risulteranno prive di senso le parole uscite su Oggi del 17 gennaio 1994: "una cattiva combustione con relativo consumo di ossigeno e produzione di monossido di carbonio". Tutte le combustioni consumano ossigeno, ma non per questo si fermano al monossido. Lo stesso commento si può fare a quanto scrisse un mensile parmigiano (Club 3, novembre 1995, pag. 81): il monossido di carbonio si forma "quando la combustione [...] avviene in assenza di ossigeno".
Abbiamo poi la frequente confusione fra i due ossidi. A pag. 16 dell’Avvenire del 16 aprile 1994 si nominava "l’ossido di carbonio, tra i maggiori responsabili dell’effetto serra": in realtà ossido di carbonio è, come già detto, il vecchio nome italiano (ancora assai usato) del monossido, mentre è il biossido, che è molto più abbondante, a contribuire in modo particolare al noto fenomeno che preoccupa molti per le possibili conseguenze sul riscaldamento del clima. La cronaca fiorentina della Repubblica il 24 novembre 1995 (pag. II) informò i suoi lettori che il giorno prima il blocco del traffico nel capoluogo toscano aveva fatto scendere "il biossido di carbonio [...] dai 10 milligrammi delle 7 del mattino al record di 3 e mezzo". Le analisi dovevano invece riferirsi al monossido, perché è quello da tenere sotto controllo anche se è così diluito.
Ancora lo stesso quotidiano (3 gennaio 1996): le marmitte catalitiche possono abbattere fino al 90 per cento l’"anidride carbonica". Eh no! Questo gas viene prodotto in abbondanza dal motore, senza causare per fortuna preoccupazioni immediate per la salute. Del resto, abbatterlo sarebbe anche possibile, per esempio facendolo reagire con calce; ma un’auto, che fa venti chilometri con un litro di benzina, ogni cento chilometri dovrebbe consumare quasi ventuno chili di reagente e ne produrrebbe circa ventotto di scarto solido. Chiaramente nell’articolo della Repubblica si trattava del monossido chiamato impropriamente biossido, mentre il viceversa è capitato su Scienza & Vita del maggio 1996 (pag. 111). In questo mensile veniva descritto un apparecchio respiratore per subacquei che "ricicla l’aria espirata, rimuovendo l’ossido di carbonio". In quest’ultimo caso è proprio il biossido che va eliminato, giacché neppure la persona più velenosa di questo mondo emette col respiro il monossido, o ossido che dir si voglia.
La rubrica Al volante, redatta in collaborazione con l’Automobile Club d’Italia su Famiglia Cristiana, l’11 settembre 1996 (pag. 153) era dedicata al biodiesel, cioè al carburante per motori diesel ricavato per trasformazione chimica di prodotti agricoli: "Sembrerebbe certo che quasi nulle sono le emissioni di biossido di carbonio [...]. Di più: calerebbero anche le percentuali di anidride carbonica". Se il biodiesel, bruciando, non facesse quasi per nulla biossido di carbonio (che fra l’altro non è qualcosa di diverso dall’anidride carbonica) sarebbe miracoloso, tanto da poter essere ribattezzato pio diesel. La redazione e forse l’incaricato dell’A.C.I. s’associano alla schiera di chi ignora che le emissioni pericolose sono quelle di monossido. L’altro gas, incriminato per l’aumento dell’effetto serra, viene certamente prodotto in dose minore con l’impiego del biodiesel; ma bisogna spiegare alla gente che la differenza non sta nei gas di scarico. Il biodiesel, d’origine vegetale, bruciando nel cilindro non fa altro, se si trascurano aspetti secondari, che restituire all’atmosfera il biossido di carbonio che le piante hanno catturato durante la fotosintesi.
Anche un mensile dedicato alla nautica da diporto, Vela e Motore, confonde i due ossidi. Nel settembre 1996 descriveva infatti le prove d’un motoscafo sperimentale alimentato a gas di petrolio liquefatto (g.p.l.): "Dal punto di vista dell’inquinamento ambientale la scelta dell’alimentazione a Gpl non lascia dubbi [...]. Fatto 100 il valore di riferimento degli impianti a benzina, l’alimentazione con Gpl ha ottenuto i seguenti valori: CO2 = 13,62 [...]. (Nota: CO2 è l’anidride carbonica [...])". Dunque, come il biodiesel, anche il g.p.l. sarebbe miracoloso.
Nemmeno il serioso Sole-24 Ore sembra discostarsi da questa compagnia sgangherata. Il 23 ottobre 1997 (pag. 7) pubblicava infatti una corrispondenza dagli Stati Uniti dedicata al piano del presidente Clinton contro i gas serra, e l’autore dimostrava per tre volte di non conoscere la differenza fra i due ossidi del carbonio.
La cronaca di Roma del Tempo, parlando dei fumi scaricati dalla centrale di Tor di Valle, scrisse il 20 maggio 1995 (pag. 3): "Mentre l’anidride carbonica si disperde nell’aria [...] gli ossidi si depositano al suolo", dove per ossidi s’intendono gli ossidi di carbonio e azoto. Ma allora negli ossidi di carbonio l’anidride va compresa! Eppoi, come dobbiamo immaginarceli quegli ossidi, visto che secondo il giornalista si depositano? In forma di polvere che ricade sui terreni e sulle abitazioni circostanti? Ehi, si tratta di gas! Chi potrà criticare i lettori di quell’articolo, se si saranno fatti idee balorde?
Insomma: si direbbe proprio che i cittadini, in tema d’ambiente, dovrebbero essere informati meglio. Dobbiamo dunque associarci al già citato organo del consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, quando richiede "una informazione più completa" in quel settore? Aprendo OG Informazione di luglio-agosto 1996, a pag. 11 sotto quella giusta richiesta si poteva trovare, proprio nel primo capoverso dell’articolo, quanto segue: "L’informazione ambientale comprende uno spettro molto alto di Input: dalla limitazione del traffico per il superamento delle soglie di attenzione di CO2 [...]". Non s’invochi il solito refuso! Se al contrario ci fosse voluto proprio CO2 (cioè il biossido) e quel piccolo 2 fuori allineamento fosse sfuggito, potremmo credere alla svista tipografica. In questo caso d’un composto messo ingiustamente alla gogna al posto d’un altro ci sembra invece che sia lecito il sospetto d’ignoranza.
Vai col liscio!
Andiamo avanti con i mezzi d’informazione, che nelle questioni scientifiche spesso sbagliano di grosso e andrebbero chiamati piuttosto mezzi di disinformazione. A pag. 22 di Nuova Ecologia del dicembre 1993 si leggeva: l’"assessore all’ambiente della Lombardia sta studiando la possibilità di fare un’ordinanza che vieti ? per urgenti motivi di salute ? la vendita di carburanti con alti contenuti di idrocarburi". Bello! Piacerebbe a tutti far andar la macchina magari ad acqua di fonte; ma la benzina è composta in grandissima parte proprio d’idrocarburi. È probabile che l’assessore o il giornalista si siano dimenticati l’aggettivo aromatici, che effettivamente indica una classe che comprende anche idrocarburi cancerogeni.
Non manca nemmeno l’umorismo involontario. Per esempio un supplemento al quotidiano Europanews del 4 luglio 1990 informava che "il 13-25 % delle leucemie acute di tutte le età possono essere causate dal radon, un gas emesso dalla radio". L’elemento chimico radio in effetti, per decadimento radioattivo, si trasforma; ma per farlo diventare una radio ? via! ? ce ne vuole.
Il Secolo XIX ha dedicato invece una corrispondenza da Copenaghen a un inceneritore di rifiuti sfruttato per la produzione d’energia (5 ottobre 1996): "I fumi vengono [...] purificati da un curioso cocktail di acqua e 'lime', saporito frutto esotico". Eh sì! curioso davvero... Apriamo un vocabolario inglese e troviamo tre lemmi lime (pronuncia: làim): "1°: calce, calcina. 2°: tiglio. 3°: limetta, agrume del genere Citrus". Forse l’avere sentito parecchie volte la pubblicità di bibite e bagni schiuma al "laim" ha condizionato la fantasia dell’inviato. Ma via! Come si fa a pensare che i danesi spruzzino il succo d’un frutto esotico nelle ciminiere? La calce, invece, è una sostanza economica, e serve perché blocca gli ossidi di zolfo e le esalazioni d’acido cloridrico.
Chi ha un po’ di conoscenze chimiche avrà riso anche leggendo L’Europeo del 20 aprile 1994. A pag. 106 vi si trovava una tabella compilata, stando a quanto diceva la didascalia, in collaborazione con la Lega Ambiente. Vi si definiva l’anidride solforosa "un solvente usato nelle industrie". In effetti, liquefatta, essa viene talvolta usata come solvente nei laboratori, ma le sue applicazioni sono assai limitate; quando è un inquinante, essa deriva semmai dallo zolfo contenuto come impurezza nei combustibili. La stessa tabella sosteneva inoltre che il biossido d’azoto "è utilizzato nei veicoli"; in realtà, anziché utilizzarlo, essi non possono fare a meno di produrlo in piccole dosi. Alle alte temperature dei cilindri, si forma infatti in seguito alla parziale reazione fra l’azoto e l’ossigeno, presenti nell’aria usata per bruciare il carburante.
Un altro lato spiacevole delle notizie di carattere scientifico è che spesso vengono date senza il minimo riguardo alla verosimiglianza dei numeri. Il 1° maggio 1994 nelle pur belle pagine scientifiche del Corriere della Sera si poteva leggere di certi granchi che riescono a mantenere, nell’acqua delle pozze dove hanno il nido, "un alto tenore d’ossigeno (35 %)". Alta eccome, quella percentuale! Quando s’esprime in tal modo una concentrazione, è bene spiegare se ci si riferisce a un rapporto in peso (grammi d’un componente contenuti in cento grammi di miscela) o in volume (centimetri cubi in cento centimetri cubi, come per la gradazione alcolica) o a qualcos’altro. Tuttavia, comunque s’intenda, quel 35 per cento è proprio assurdo. Alla temperatura di 25 gradi centigradi, in cento centimetri cubi d’acqua, esposta in laboratorio a ossigeno puro, si sciolgono alla pressione atmosferica solo 3,16 centimetri cubi (pari a quattro milligrammi) di questo gas. Inoltre nell’aria l’ossigeno è circa il 21 per cento in volume, e questo fa sì che la sua pressione parziale sia circa un quinto di quella totale; per la legge di Henry (citata sopra a proposito del butano) la solubilità nell’acqua esposta all’aria si riduce in proporzione. La percentuale in volume sarà dunque inferiore a uno, e quella in peso a 0,0008: cioè il valore sarà rispettivamente un trentacinquesimo o due centomillesimi di quello scritto dal giornalista.
Il Corriere, dunque, ogni tanto dà i numeri; ma non è certo il solo. A pag. 10 del Giorno dell’8 febbraio 1995 si riferiva che in provincia di Mantova era stata posta sotto sequestro una partita d’acqua distillata, perché v’era "dissolta una concentrazione di sodio idrato" risultata fatale a ventotto piccoli pesci esotici d’un acquario. Come stavano le cose? Semplice! "Nel liquido era diluita una concentrazione di 5 microgrammi per litro di sodio nitrato, che mescolato all’acqua assume il nome senza dubbio più comune di soda caustica". Miracolo numero uno: il nitrato si trasforma in idrato, detto appunto soda caustica. Miracolo numero due: bastano cinque microgrammi, cioè cinque millesimi di milligrammo. Una dose così piccola ? anche d’idrossido (o d’idrato che dir si voglia), che è cosa ben diversa dal nitrato ? non avrebbe nessun effetto.
Passiamo a guardare altri numeri strani. Che gli abitanti di Roma siano un po’ speciali (in bene o in male, secondo i punti di vista) è fuori di discussione. Ma che siano addirittura estraterrestri può sembrare un po’ troppo. Eppure Il Messaggero del 19 aprile 1996 affermava che nell’aria della capitale l’anidride solforosa (SO2) è contenuta "a quota 21 per cento". Attenti: questa è all’incirca la concentrazione ordinaria dell’ossigeno, cioè del gas che ci mantiene in vita. Si vede, appunto, che i romani vengono da un altro pianeta. A maggior ragione, allora, i milanesi e i torinesi. Lo stesso articolo diceva infatti che essi "debbono respirare aria con una miscela di anidride solforosa circa quattro volte maggiore". Corbezzoli, siamo oltre l’80 per cento! E si badi che si tratta ? avverte Il Messaggero ? d’un "agente chimico pericoloso per la salute". Con l’80 per cento d’un gas estraneo, fosse anche innocuo, si rischierebbe comunque l’anossia: resterebbe per la respirazione meno ossigeno di quanto ce n’è in cima all’Everest. In realtà, già a concentrazioni vicine a una parte per miliardo, l'anidride solforosa provoca disturbi alle vie respiratorie e agli occhi: bronchiti, congiuntiviti e compagnia bella.
Altro errore frequente: il termine acido usato come sinonimo di caustico o di corrosivo, perfino nei casi di sostanze che in chimica si definiscono basiche, cioè dotate di caratteristiche proprio opposte all’acidità. Il Giorno dell’8 febbraio 1994, per esempio, a pag. 43 raccontava il guaio capitato a un ragazzino di dieci anni, che s’era ustionato le gambe mentre s’allenava come portiere nel campo sportivo comunale d’un paese lombardo. Le righe bianche che segnavano il campo e le aree di porta e di rigore erano state tracciate con un sottoprodotto della calce viva. "Pioveva. È possibile che la calce si sia sciolta nell’acqua, inacidendola. La tuta del portiere, inzuppata, per più di un’ora ha tenuto a contatto la pelle del bambino con l’acido". No, non occorre che un qualcosa, per essere irritante, sia acido; e, per l’appunto, la calce è basica.
Ancora su quest’argomento. L’Editoriale Altro Consumo pubblicò nel 1991 il libro Manutenzione e riparazioni domestiche; a pag. 162 vi si legge: "La soda caustica è prevalentemente usata come acido corrosivo". Nel 1994, L’Unione Sarda scriveva il 25 agosto a pag. 18 (Sulcis-Iglesiente): "Tre operai di Portovesme hanno rischiato di morire bruciati dalla soda caustica". Per fortuna "si sono salvati [...] spostandosi in tempo per non essere investiti in pieno dal getto micidiale dell’acido". Macché acido: la soda caustica è il più tipico rappresentante delle sostanze basiche.
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme: lo dice Isaia (11, 6) e forse arriverebbe a crederlo possibile anche la cronaca pisana della Nazione del 9 maggio 1995. Nel resoconto d’un incidente a un laboratorio d’analisi degli alimenti si leggeva infatti: "Qualcosa ha urtato una grossa ampolla contenente circa quattro litri di acido solforico, acido nitrico, acido cloridrico e ammoniaca. Questi acidi servivano [...]". L’ammoniaca non è un acido ma una base; come tale non sopravvive in presenza d’acidi, coi quali anzi reagisce rapidamente.
Temiamo, a questo punto, che se qualcuno degli organi di stampa citati volesse querelarci, avrebbe la legge dalla sua. Infatti il supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale del 24 aprile 1996 (serie generale n. 96), dedicato al decreto ministeriale n. 209 del 27.2.’96 sugli additivi alimentari, sentenzia così a proposito dell’additivo E 524, che è l’idrossido di sodio: una sua "soluzione all’1 % è fortemente acida". Eh! l’Italia sarà la patria del diritto; ma, quanto alla chimica, dove pure avrebbe delle ottime tradizioni, parrebbe proprio che queste si fossero perse.
Gran dote la fantasia
Tiriamo innanzi, scoprendo quant’è facile spiegare alla gente fenomeni anche piuttosto complicati: basta un po’ di fantasia! Il 24 giugno del 1994 l’Avvenire riferiva che ignoti vandali avevano sabotato l’impianto di distribuzione dell’ossigeno nell’ospedale di Piacenza. I tecnici avevano poi scoperto "che due saracinesche di carico erano state aperte e avevano lasciato defluire centinaia di litri di ossigeno liquido che, al contatto con l’aria, si era solidificato, trasformandosi in una coltre di ghiaccio". Ossigeno puro, dunque, che, senza reagire con una qualche fonte d’idrogeno, diventa ghiaccio, cioè acqua solida, e il prodigio avviene per effetto dell’aria... Peccato! Con un pizzico di conoscenze scientifiche si sarebbe potuto spiegare ai lettori, invece di rifilar loro simili panzane, che il vapor d’acqua, presente nell’aria e raffreddato dall’ossigeno liquido in evaporazione rapida, s’era trasformato in una crosta di ghiaccio.
Dal canto suo La Stampa il 24 agosto dello stesso anno, dando a pag. 6 la notizia che in Germania stavano progettando un aereo con motore a idrogeno, raccontava che questo gas "per bruciare ha bisogno di temperature molto basse (-253 gradi)". Intanto l’idrogeno s’infiamma con grande facilità anche alle temperature ordinarie; eppoi, sebbene si sappia che i tecnici tedeschi fanno miracoli, riuscire a mantenere a -253 gradi centigradi l’idrogeno che brucia è forse un po’ troppo anche per loro. In realtà quella è la temperatura d’ebollizione dell’idrogeno quand’è liquefatto, cioè allo stato in cui dovrebbe trovarsi nel serbatoio del nuovo aeroplano.
Nell’ottimo inserto TuttoScienze dello stesso quotidiano, il 27 ottobre 1993 si tentava l’impresa d’illustrare l’elettròlisi compiuta dalla corrente d’una pila in una soluzione acquosa di cloruro di sodio, il comune sale da cucina. Col termine elettròlisi s’intende appunto l’insieme delle reazioni che avvengono quando una corrente elettrica continua (cioè non alternata) attraversa certe soluzioni. "Il sodio apparirà da uno dei fili sotto forma di bolla, il cloro come deposito giallo verde". Invece il sodio non potrà apparire: gli elettroni forniti dal polo negativo della pila tendono a provocare piuttosto la scarica dell’idrogeno dell’acqua; si produce idrogeno gassoso, che dà luogo appunto a bolle. Del resto, se anche si formasse, il sodio con l’acqua reagirebbe subito violentemente. Poi c’è da dire che il cloro, essendo un gas, non si depositerà, ma si svilupperà gorgogliando. Questo per la parte osservabile, perché c’è anche una parte di cloro che reagisce con la soluzione, dando prodotti perfettamente solubili e incolori, cioè invisibili.
Il 5 novembre 1994 a pag. 10 del Giornale si leggeva un servizio intitolato "La nitroglicerina viaggiava nei pneumatici di un’auto". Di sicuro il guidatore godeva d’una protezione speciale da parte di san Cristoforo, patrono degli automobilisti, dal momento che l’instabilità della nitroglicerina nei confronti delle scosse è arcinota: Alfred Nobel perse per le sue esplosioni un fratello e diversi operai, e solo trasformandola in dinamite riuscì a "domarla". Nel testo dell’articolo del Giornale si leggeva che i poliziotti avevano trovato "54 chili di Tnt, meglio conosciuta come nitroglicerina". La sigla TNT, come si trova anche nei vocabolari, in realtà indica il trinitrotoluolo, più noto come tritolo.
Perché i pochi dirigibili moderni non sono gonfiati con idrogeno? Per evitare di finire come il colosso volante tedesco Hindenburg: nel 1937, durante l’atterraggio a Lakehurst, negli Stati Uniti, esso s'incendiò e in soli trentadue secondi si trasformò in un mucchio di rottami fumanti. Oggi per scopi del genere s’usa l’elio, che costa di più ma non brucia. Eppure il 2 gennaio 1995 nella pag. 13 della Repubblica, in un articolo sull’incendio che nella notte di san Silvestro aveva fatto morti e feriti in un albergo d’Anversa, si leggevano queste parole: "All’ingresso del salone [...] la direzione aveva fatto sistemare dei palloncini gonfiati con elio, un gas infiammabile ma non esplosivo: potrebbe essere stato questo gas ad alimentare le fiamme e far propagare il rogo".
Con un po’ di fantasia si possono scrivere queste
e tante altre cose ancora. Per esempio Corriere Salute, inserto
medico del Corriere della Sera, il 9 ottobre 1995 parlava di "vitamine,
ovvero 'ammine della vita', cioè gli amminoacidi, i mattoni che
sono la base di ogni forma biologica", confondendo le vitamine con le proteine.
Con la fantasia, può anche diventare difficile ciò che non
lo è affatto. In quello stesso anno Panorama del 14 dicembre,
a proposito del restauro del palazzo senatorio nel Campidoglio romano,
scriveva (pag. 227): "Ultima tappa nell’elenco di restauri eseguiti con
[...] le tecniche d’avanguardia del Gruppo Rhône-Poulenc [...] settimo
al mondo nel settore chimico-farmaceutico [...]. Sull’opera di Michelangelo
è stata sperimentata una nuova sostanza [...] che impedisce all’anidride
solforosa [...] di trasformarsi in biossido di zolfo". Ma va! Anidride
solforosa (vecchio nome italiano) e biossido di zolfo sono la
stessa cosa.
Dopo aver letto questi esempi di "perle" scientifico-giornalistiche, sarà probabilmente chiaro il valore degli sforzi compiuti dall'U.G.I.S. (Unione dei Giornalisti Italiani Scientifici) e da organismi analoghi per elevare la preparazione di chi deve informare la gente sui tanti problemi scientifici della vita d'ogni giorno. L'autore ringrazia i lettori della Chimica e l'Industria, organo ufficiale della Società Chimica Italiana, che negli ultimi cinque anni hanno collaborato alla sua rubrica "Errare humanum est..." inviandogli le pagine citate.
Pisa, novembre 1998.
Gianni Fochi,
chimico e giornalista scientifico